11 Maggio 2019 – 23 Agosto 2019 – FÖRG IN VENICE. Evento Collaterale della Biennale Arte 2019 – Palazzo Contarini Polignac – Venezia

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Palazzo Contarini Polignac, Venezia
Il Dallas Museum of Art presenta la mostra Förg in Venice
Evento Collaterale della Biennale Arte 2019

Förg in Venice offre un’approfondita ricognizione delle opere dell’artista all’interno dell’impareggiabile contesto veneziano di Palazzo Contarini Polignac, Venezia

Il Dallas Museum of Art (DMA) è lieto di presentare la mostra di Günther Förg (1952-2013), che sarà ospitata nello storico Palazzo Contarini Polignac a Venezia durante la Biennale Arte 2019. Evento Collaterale ufficiale della 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Förg in Venice farà seguito a Günther Förg: a Fragile Beauty, la prima mostra americana in oltre trent’anni dedicata all’artista, organizzata nel 2018 dal Dallas Museum of Art in collaborazione con lo Stedelijk Museum di Amsterdam.
Realizzata in stretta cooperazione con l’Estate di Günther Förg, Förg in Venice metterà in mostra oltre 30 opere del percorso multidisciplinare di Förg – dai dipinti alle meno note sculture – per riflettere sui metodi intuitivi e di ampio respiro di questo artista intellettuale e poliedrico. La mostra è curata dalla Dottoressa Elisa Schaar, storica dell’arte, e segue la ricerca resa disponibile dalla precedente mostra di Dallas, curata dalla Dottoressa Anna Katherine Brodbeck, Curatrice Capo del Dipartimento di Arte Contemporanea del DMA.
La mostra sarà visitabile dall’11 maggio al 23 agosto 2019.

“Dopo l’importante mostra del Dallas Museum of Art dedicata all’artista nel 2018, siamo lieti di presentare il lavoro di Günther Förg al pubblico internazionale di Biennale Arte 2019, coinvolgendo nuove generazioni mondiali nello stesso modo in cui l’operato dell’artista ha influenzato la storia dell’arte per generazioni” ha dichiarato il Dottor Agustín Arteaga, Direttore del DMA.

Nato nel 1952 a Füssen, Algovia, Germania, Förg è uno dei più significativi artisti tedeschi della generazione del dopoguerra, noto per il suo stile sperimentale e provocatorio legato alla storia dell’arte. Attraverso la sua innovativa produzione interdisciplinare che ha sfidato i limiti delle discipline artistiche, Förg ha esplorato un linguaggio di astrazione ed espressionismo, appropriandosi di metafore prese in prestito da architettura e arte moderna.

L’Italia e l’architettura italiana hanno giocato un ruolo centrale nello sviluppo della carriera di Förg. Il suo primo viaggio in Italia, nel 1982, stimolò la sua nota serie di fotografie sugli edifici di importanza culturale e politica, dai monumenti italiani alle costruzioni in stile Bauhaus a Tel Aviv. Attraverso la fotografia, Förg riuscì a esplorare la relazione tra arte, architettura e interventi spaziali, un tema ricorrente in tutta la sua produzione che la mostra di Venezia metterà in risalto. Alcuni lavori di Förg furono esposti già alla 45. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia nel 1993 all’interno della mostra Il Viaggio verso Citera, ma Förg in Venice realizzerà il desiderio dell’artista di esporre durante la Biennale Arte con una personale, un sogno rimasto incompiuto quando era in vita.

Förg in Venice presenterà questo poliedrico artista sotto una nuova prospettiva, in un’ambientazione veneziana senza eguali dove gli arredi e le decorazioni giocheranno un ruolo chiave nel contestualizzare l’arte. La mostra offrirà una panoramica approfondita dei temi estetici e concettuali affrontati da Förg, non solo dal punto di vista della produzione artistica ma anche in relazione al contesto in cui le opere sono esposte. L’artista riteneva che lo spazio, l’ubicazione e il posizionamento di una sua opera fossero intrinseci all’opera stessa. Durante la sua carriera, Förg dipinse sulle pareti delle gallerie, usò porte e finestre come elementi integranti, e arrivò a usare la vernice di alcune sue opere per creare un gioco di riflessi che desse vita a considerazioni inaspettate.

Per lo stesso motivo, l’artista installò più volte le sue opere all’interno di contesti storici, spesso attraverso interventi tanto delicati quanto minimalisti. Questa mostra porterà avanti tale tradizione, preservando l’atmosfera del Palazzo ma anche indagando lo spirito creativo e ludico di Förg. Nel contesto di Palazzo Contarini Polignac – una location classica, romantica e mozzafiato affacciata sul Canal Grande di Venezia – imbattersi nelle opere versatili e sapienti dell’artista inviterà il visitatore a interrogarsi sul rapporto di Förg con la storia dell’arte e dell’architettura, entrambe determinanti nella sua produzione polivalente.

Attraverso l’installazione delle opere d’arte di Förg – prevalentemente aderenti alle tradizioni moderniste- all’interno delle sale decorate e dell’architettura rinascimentale di Palazzo Contarini Polignac, l’esposizione indagherà l’eredità del modernismo estetico (uno degli ideali al centro dello studio di Förg) in uno spazio ricco di storia e maestria artigiana. La mostra non avrà uno sviluppo tradizionale bensì un allestimento di grande atmosfera dove le opere dell’artista abiteranno un contesto intimo e privato evocando una malinconia e un romanticismo raramente
associati all’opera di Förg. Grazie all’integrazione del ricco corpus di opere di Förg negli interni delle sale del Palazzo, la mostra illustrerà l’interesse dell’artista per il dialogo tra arte, architettura e fruizione.

Lungo tutto il Palazzo, singoli quadri, arazzi ed elementi decorativi in determinate posizioni saranno sostituiti con le opere dell’artista. Al piano terra, un dipinto minimalista di grandi dimensioni raffigurante una finestra, “Untitled” (2004), affiancato da alcuni schizzi preparatori dell’opera, prenderà il posto di uno stemma dando l’impressione che ci sia una finestra dove in realtà non c’è. Nonostante la loro forte geometria, le finestre di Förg sono provocatorie poiché offrono una cornice dentro cui guardare ma senza fornire alcuna visuale: al contrario, dirigono e limitano lo sguardo, mettendo in discussione l’atto visivo e l’estetica in sé.

Nel Salone del Palazzo, quattro straordinari dipinti in stile Spot Painting realizzati tra il 2007 e il 2009 saranno presentati di fronte a quattro ampi arazzi. In queste opere astratte e gestuali, i segmenti orizzontali delle pennellate verticali richiamano i raffinati scarabocchi di Cy Twombly, ma con differenze sia a livello cromatico – con un diverso uso del bianco e del grigio chiaro che sembrano richiamare la base di una tavolozza – sia per quanto concerne l’impiego di pennelli puliti. Questi Spot Painting danno l’idea di essere stati prodotti velocemente, ma sono in realtà frutto tanto di una rapida intuizione quanto di un’attenta riflessione dell’artista. Insieme, i quattro dipinti daranno prova della ponderata e incessante sperimentazione di abbinamenti cromatici, applicazioni di pittura, composizioni e ritmi dell’artista, il tutto all’interno di una sola serie di quadri. Collocate di fronte agli arazzi figurativi del Palazzo, che si potranno ancora intravedere, queste opere di Spot Painting evocheranno – attraverso le pennellate fluttuanti sulle superfici piane – una sorta di potere autonomo dell’astrazione modernista, sottolineando il rapporto stesso dell’artista con questa forma artistica, tanto coinvolto quanto distaccato.

Nella maestosa sala degli specchi del Palazzo, una serie di sculture di Förg, realizzate nel 1990, verranno installate vicino alle finestre. Queste sculture figurative, tra cui maschere di bronzo su piedistalli in compensato grezzo, esplorano le possibilità e i limiti della materia. Le superfici corpose, lavorate rapidamente, fanno pensare alla distruzione: deliberatamente imperfette, dimostrano che Förg preferiva esplorare un’idea anziché realizzare un ideale di piacere e perfezione estetica. Le superfici palpabili recano i segni delle impronte digitali di Förg, di agenti esterni casuali e danni fisici che spingono il bronzo e la sua lavorazione lontani dalle associazioni gerarchiche, classiche e monumentali di tale materiale.

Lungo le sale laterali del Palazzo saranno infine in mostra diversi dipinti astratti di Förg datati dagli anni Ottanta agli anni Novanta, che sostituiranno le opere d’arte solitamente esposte. Nella sua interezza, l’offerta espositiva della mostra dà prova dell’ampia portata della carriera di Förg e della sua tendenza alla sperimentazione, raggruppando i vari filoni e le influenze concettuali che hanno interessato la sua produzione – dall’agile esecuzione, complessità tonale e composizione stratificata, alla libera gestione delle discipline formali e delle strutture geometriche.

Günther Förg
nacque nel 1952 nella regione dell’Algovia, Germania. Dal 1973 al 1979 studiò sotto Karl Fred Dahmen all’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera, realizzando quasi esclusivamente dipinti monocromi. Negli anni Ottanta iniziò a sperimentare con fotografia, pittura e scultura e tenne la sua prima personale alla Galleria Rüdiger Schöttle di Monaco. Nel 1992 fu invitato a prendere parte alla Documenta IX a Kassel. Dal 1992 insegnò all’Università di Arte e Design di Karlsruhe. Nel 1996 ricevette il prestigioso premio Wolfgang Hahn, e due anni più tardi divenne professore dell’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera, dove insegnò fino alla sua morte nel 2013, all’età di 61 anni. La sua arte è nota per i suoi riferimenti ai maestri modernisti come Barnett Newman, Clyfford Still, Philip Guston, Mark Rothko e Edvard Munch.

La Curatrice
La Dottoressa Elisa Schaar è una storica dell’arte, scrittrice, curatrice e docente della Oxford University (St Peter’s College). Specializzata nell’arte dagli anni Sessanta in poi, Schaar ha scritto articoli e saggi di cataloghi su diversi artisti tra cui Robert Rauschenberg, Elaine Sturtevant, Fred Sandback, e Ragnar Kjartansson. I suoi articoli sono apparsi su riviste come Art History e American Art e in cataloghi di molte istituzioni, tra cui la Pinakothek der Moderne, il Museo d’Arte di Tel Aviv e la Castelli Gallery. Schaar recensisce regolarmente le mostre della città di Londra sulla rivista Artforum.

Palazzo Contarini Polignac
detto anche Contarini dal Zaffo, è uno dei più importanti edifici del primo Rinascimento di Venezia. Fu progettato molto probabilmente da Giovanni Buora nel XV secolo, benché gli studi passati lo abbiano attribuito a Mauro Codussi. Oltre a una straordinaria facciata in marmo che richiama il classicismo toscano, il Palazzo presenta dettagli notevoli tra cui una facciata laterale con tre archi che delimita il giardino di Palazzo Balbi-Valier Sammartini. Palazzo Contarini Polignac vanta un lungo e importante passato artistico sin dall’inizio del XX secolo, quando la Principessa Winnaretta de Polignac, nota intenditrice e mecenate d’arte, cominciò a organizzarvi concerti di musica da camera la cui fama, dal Canal Grande, raggiunse tutta Europa. Noti per l’attenzione all’avanguardia europea, questi concerti ebbero tra i loro ospiti anche Ethel Smyth e Igor Stravinsky. Recentemente, Palazzo Contarini Polignac ha ospitato numerose mostre di arte contemporanea.
Il Dallas Museum of Art
Inaugurato nel 1903, il Dallas Museum of Art (DMA) è tra i 10 musei d’arte più importanti degli Stati Uniti e si distingue per ricerca, innovazione e impegno pubblico. Il cuore del Museo e dei suoi programmi è la sua collezione globale che include oltre 24.000 opere che coprono 5000 anni di storia, rappresentando un vasto assortimento delle culture del mondo. Situato nel distretto artistico più grande degli Stati Uniti, il Museo stimola la creatività degli abitanti, coinvolgendo persone di ogni età ed estrazione culturale nella ricca programmazione che include mostre, seminari, concerti, eventi letterari, e spettacoli di danza. Dopo aver ripristinato l’ingresso libero nel 2013, il Museo ha dato il benvenuto a oltre 4 milioni di visitatori, di cui 800.000 solo nel 2018. Per maggiori informazioni, visitate DMA.org.

Il Dallas Museum of Art è supportato in parte dalla generosità dei suoi membri e dalle donazioni, dai cittadini di Dallas attraverso l’Ufficio Comunale di Attività Culturali, e dalla Texas Commission on the Arts.

 

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12 Aprile 2019 – 12 Maggio 2019 – GIULIANO VANGI. Dalla matita allo scalpello – Milano, Galleria Bottegantica via A. Manzoni, 45

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Mostra a cura di Enzo Savoia, Stefano Bosi e Valerio Mazzetti Rossi

Con la mostra personale di Giuliano Vangi, Bottegantica apre un suo nuovo spazio espositivo in quello che fu uno dei luoghi dove si è fatta la storia dell’arte italiana del secondo Novecento. Qui, in via Manzoni 45, dal 1946 ebbe infatti sede la Galleria del Naviglio, diretta sino al 2001 da Carlo Cardazzo.

“Giuliano Vangi. Dalla matita allo scalpello”, curata da Enzo Savoia, Stefano Bosi e Valerio Mazzetti Rossi, resterà aperta al pubblico dal 12 aprile al 12 maggio.
Con questa mostra, Bottegantica prosegue il suo progetto Contemporary / Lab, format con cui intende rendere omaggio alle principali personalità artistiche del nostro tempo.
In mostra una selezione di venti sculture e una serie di disegni realizzati tra 1960 e i primi anni 2000, fondamentali per comprendere la poetica del maestro toscano, al cui centro vi è l’uomo di oggi: con la sua solitudine, la sua violenza, la sua rassegnazione, il suo bisogno di speranza.

Tra i meriti di Vangi c’è quello di aver rinnovato il concetto di scultura, allargandolo oltre il confine dell’architettura e della dimensione spaziale, giungendo a creare un linguaggio personale e di estrema originalità. A lui il merito di essere, per primo, riuscito a realizzare compiutamente una ‘saldatura’ tra l’uomo e il suo significato; espandendo il suo concetto estetico dalla pietra alla terracotta, dalla resina all’avorio, dal design all’architettura.

Tra il 1959 e il 1962 Vangi si trasferisce in Brasile dove si dedica a studi astratti, lavorando cristalli e metalli quali ferro e acciaio. Le sue opere iniziano ad attirare l’attenzione pubblica: vince il Primo Premio al Salone di Curitiba, espone al Museo di San Paolo e partecipa ad una mostra itinerante negli Stati Uniti. Al suo ritorno in Italia recupera la figurazione, ricorrendo alle doti plastiche per imprimere la forza e lo spirito del Tempo: l’uomo, maschio o donna che sia, diventa esempio e riflesso della società contemporanea. Del resto, chi se non l’uomo può raccontare l’uomo?

Uomo che cammina (1967), opera con cui la mostra prende avvio, esprime pienamente la centralità dell’arte di Vangi e la sua innata curiosità verso le culture del passato. Interesse che lo ha portato nel tempo a dialogare con la tradizione assiro-babilonese (Beatrice del 1997), con quella egizia (Donna e poesia del 2002) e del primo rinascimento, a cui l’artista rivolge sempre un occhio di riguardo, specie all’opera dell’amato Donatello. Parallelamente Vangi si pone in continuità con i grandi maestri della Scultura italiana del XIX e XX secolo: da Medardo Rosso a Adolfo Wildt, da Arturo Martini a Marino Marini.

Dopo la prima grande esposizione italiana, tenutasi nel 1967 presso Palazzo Strozzi di Firenze, Vangi attraversa un periodo di lunga e introversa sperimentazione di nuovi stilemi e contenuti avanguardisti. “Egli innalza la sua espressione artistica ad un livello esasperato e tragico, con implicazioni di una quasi insuperabile coscienza di solitudine”, scrive Enrico Crispolti. Nel percorso espositivo ci si imbatte in statue solitarie colte in attitudini riflessive, come Ragazzo con le mani in tasca (1986), esposto alla Promotrice di Torino del 1989 e a Castel Sant’Elmo a Napoli nel 1991, in cui la compattezza della materiale dialoga con l’evocazione spirituale del personaggio: aspetti che invitano a riflettere sul tema dell’impersonificazione, tipica dei nostri tempi.

Diverse poi le opere dedicate alla complessa relazione uomo-natura, osservata nei suoi aspetti più eclatanti e contraddittori, con una particolare attenzione alla carica drammatica di quei fenomeni del mondo che sfuggono al dominio dell’uomo: la potenza distruttrice appare infatti deflagrante in opere come Katrina (2014), dedicata all’uragano che nel 2005 si è abbattuto sugli Stati Uniti.

La metamorfosi dal reale al mentale, il passaggio verso l’introiezione psicologica, risulta subito evidente quando osserviamo i disegni preparatori (a matita, a carboncino, a pastello o con tecniche miste): i volti e i corpi sono disegnati con grande cura e attenzione anatomica e somatica, ed appartengono alla galleria di personaggi che Vangi in molte sculture chiama per nome (Beatrice, Clelia, San Giovanni), oppure definisce sottolineando confidenzialmente un gesto o l’abito (Ragazzi con i capelli neri; Piccola donna; Figura con mani nei capelli; Due ragazzi che corrono; donna con cappotto).
Il contenuto umano e le sue originali soluzioni formali fanno di Giuliano Vangi un fenomeno unico in Italia e in Europa riconquistando una antica e sopita parola: avanguardia Rinascimentale.

Giuliano Vangi
nasce a Barberino di Mugello (Firenze) nel 1931. Dopo aver frequentato l’Istituto d’arte fiorentino, allievo di Bruno Innocenti, e aver praticato l’insegnamento a Pesaro, si trasferisce dal 1959 al 1962 in Brasile, dove espone nel 1960 al Museu de Arte Moderna di San Paolo. Rientrato in Italia, nel 1967 il critico Carlo Ludovico Ragghianti gli organizza una grande mostra alla Strozzina di Firenze. A tale evento ne seguono altri in Italia e all’estero, soprattutto in Germania e nell’Europa del Nord (Milano 1969; Monaco 1971; Londra 1973). Memorabili le mostre alla Permanente di Milano nel 1977 e alla Promotrice di Torino nel 1989-1990, ritenuta dalla critica “Come la più bella vista in Italia negli ultimi trent’anni”. Dopo essere omaggiato con un ciclo di bronzi, marmi e legni policromi presso Castel Sant’Elmo di Napoli (1991), Forte Belvedere di Firenze tributa a Vangi un’imponente esposizione nel 1995. Nel 2001 invece la personale presso l’Ermitage di San Pietroburgo.

Giuliano Vangi ha realizzato numerosi monumenti collocati in contesti prestigiosi: la statua di San Giovanni Battista a Firenze; La lupa in Piazza Postierla a Siena; Il Crocifisso ed il nuovo Presbiterio per la Cattedrale di Padova; il nuovo altare e ambone del Duomo di Pisa; Varcare la Soglia, la grande scultura il marmo al nuovo ingresso dei Musei Vaticani; una scultura un legno policromo per la Sala Garibaldi del Senato; un ambone in pietra garganica sul tema di Maria di Magdala per la Chiesa di San Giovanni Rotondo dedicata a Padre Pio, inaugurata il primo luglio 2004; realizzata in collaborazione con l’architetto Renzo Piano, la Cappella la nuova cappella del cimitero comunale di Azzano (Lucca) inaugurata nell’ottobre del 2002 creata assieme all’architetto Mario Botta, con il quale ha collaborato anche per Il Santuario Beato Giovanni XXIII a Seriate (Bergamo) inaugurato nel maggio 2004. Nel 2004 espone prima a Milano alla Rotonda Besana poi a Pietrasanta. A Mishima, non distante da Tokyo (Giappone) sopra una collina a vista del monte Fuji, sorge il Museo Vangi, inaugurato nel 2002: è la prima volta che il Giappone intitola una struttura espositiva permanente ad una artista occidentale. A Vangi sono stati assegnati Il Premio dei Lincei e quello del Presidente della Repubblica, e il Michelangelo.

Accompagna la rassegna un catalogo di Bottegantica edizioni

GIULIANO VANGI. Dalla matita allo scalpello.
Milano, Galleria Bottegantica (via A. Manzoni, 45)
12 aprile | 12 maggio 2019
Orari: da martedì al sabato 10-13; 15-19
Ingresso libero
Visite guidate: su prenotazione, € 5 cad. Gruppi compresi tra le 10 e le 20 persone

Info: (+39) 02 35953308 – (+39) 02 62695489
milano@bottegantica.com
info@bottegantica.com
http://www.bottegantica.com

13 aprile 2019 – A Beautiful Mind e la Teoria dei Giochi a Bergamo – Università degli studi di Bergamo, Sala Conferenze P.le Sant’Agostino,2 Bergamo

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La Teoria dei Giochi ha prodotto undici “Nobel” per l’Economia in ventidue anni.
Gianfranco Gambarelli interagisce con molti di loro ed è stato uno dei pochissimi
amici di John Nash, spesso ospite a Bergamo.

A Beautiful Mind e la Teoria dei Giochi a Bergamo
data: 13 aprile 2019 9.00-13.00
Luogo: Sala Conferenze P.le Sant’Agostino, 2 Bergamo
Info: http://www.unibg.it
Ingresso libero

 

 

 

 

 

09.00 Saluti di apertura
Giovanna Zanotti, Direttore del Dipartimento di Scienze
Aziendali, Economiche e Metodi Quantitativi in
rappresentanza del Magnifico Rettore dell’Università degli
studi di Bergamo.
Cesarino Bertini, titolare del corso di “Teoria dei Giochi e
delle Decisioni”, Università degli studi di Bergamo

09.20 Che cos’è la Teoria dei Giochi

a cura di Gianfranco Gambarelli, Professore Emerito
dell’Università degli studi di Bergamo

09.50 Proiezione del film A Beatiful Mind (Ron Howard, 2001)


12.10 Testimonianze di Gianfranco Gambarelli su:

Differenze fra film e realtà.
Nash a Bergamo.
Altri “Nobel”.

12.30 Interazione con il pubblico e chiusura

Gianfranco Gambarelli
Figlio di Bruno, calciatore e comandante di unità partigiana e di Mariella, ragioniera nell’impresa del padre Berardo Cittadini, ama raccontare d’essere nato a Bergamo sul tavolo da cucina, partorito con l’assistenza dell’ostetrica Mercedes, mentre il padre, che era stato volutamente tenuto all’oscuro del lieto evento, venne avvisato telefonicamente al bar dove era solito fermarsi per un caffè all’uscita dall’ufficio.
Si laureò all’Università degli studi di Milano in Matematica, a seguire un master IBM in Informatica. Nei successivi cinque anni lavorò presso il Credito Bergamasco all’ufficio organizzativo, per poi abbandonare il lavoro perseguendo il desiderio di proseguire negli studi che lo portarono a percorrere una brillante e veloce carriera universitaria fino a divenire preside della Facoltà di Economia dell’università degli Studi di Bergamo per due mandati.

È stato professore ordinario di Informatica e Matematica all’Accademia della Guardia di Finanza e alla Facoltà di Economia dell’Università di Brescia, di Analisi nella Facoltà di Ingegneria e di Teoria dei Giochi e delle Decisioni e di Elementi di Matematica nella Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Bergamo, con numerosi interventi di visiting professor in tutto il mondo.
Autore di molte pubblicazioni scientifiche e letterarie e di una ventina di libri (in inglese, in italiano e uno in dialetto bergamasco), alcuni tradotti in altra lingua. È risultato vincitore di vari premi letterari: la IV edizione del volumetto “Anche i matematici hanno un’anima?” ha vinto la medaglia d’oro al concorso nazionale San Domenichino e la VI edizione (ed. Campanotto) ha vinto il Premio della Giuria al Concorso internazionale di Poesia e Narrativa “Città di Salò” , inoltre ha presieduto per un decennio il Cenacolo orobico di Poesia. Le sue frequentazioni di altissimo livello l’hanno portato a essere amico di molti premi Nobel per l’Economia: in particolare di John Nash (noto anche come A Beautiful Mind).

Il 23 giugno 2017 è stato insignito del titolo di Professore emerito nell’Aula Magna presso la sede in Sant’Agostino dell’Università di Bergamo, assieme al collega docente Mario Masini, con decreto ministeriale del 30 maggio
https://it.wikipedia.org/wiki/Gianfranco_Gambarelli

La teoria dei giochi
ha avuto lontane origini nel 1654 da un carteggio fra Blaise Pascal e Pierre de Fermat, sul calcolo delle probabilità al gioco d’azzardo.
L’espressione “teoria dei giochi” fu usata per la prima volta da Emil Borel negli anni ’20. Borel si occupò nella Théorie des jeux, di giochi a somma zero con due giocatori e cercò di trovare una soluzione nota come concetto di Von Neumann di soluzione di un gioco a somma zero.
La nascita della moderna teoria dei giochi può essere fatta coincidere con l’uscita del libro “Theory of Games and Economic Behavior” di John von Neumann e Oskar Morgenstern nel 1944 anche se altri autori (quali Ernst Zermelo, Armand Borel e von Neumann stesso) avevano scritto, ante litteram, di teoria dei giochi. I due erano, nell’ordine, un matematico e un economista.

Si può descrivere informalmente l’idea di questi due studiosi come il tentativo di descrivere matematicamente (“matematizzare”) il comportamento umano in quei casi in cui l’interazione fra uomini comporta la vincita, o lo spartirsi, di qualche tipo di risorsa.
Il più famoso studioso ad essersi occupato successivamente della Teoria dei giochi, in particolare per quel che concerne i “giochi non cooperativi”, è il matematico John Forbes Nash jr., al quale è dedicato il film di Ron Howard “A Beautiful Mind”.
Secondo John Nash ci sono legami tra i consigli che Nicolò Machiavelli nel 1500 scrisse ne Il Principe e la teoria dei giochi. Nash ha detto:
«Nelle pagine di quel capolavoro si ha l’impressione che Machiavelli cerchi di insegnare a dei mafiosi come operare in modo efficiente e spregiudicato. Fornisce consigli tattici a principi crudeli ed egoisti, e nella sua opera descrive effettivamente i “giochi di corte” che venivano praticati nelle stanze vaticane e nei palazzi fiorentini».

Otto Premi Nobel per l’economia sono stati assegnati a studiosi che si sono occupati di teoria dei giochi. Anche un Premio Crafoord è stato assegnato a John Maynard Smith, illustre biologo e genetista, professore alla University of Sussex per lungo tempo, per il suo contributo in questo campo.

In Italia, un forte contributo allo sviluppo della teoria dei giochi è stato dato dal “Centro Interuniversitario per la Teoria dei Giochi e le sue Applicazioni” (“CITG”), grazie all’organizzazione di convegni nazionali ed internazionali, scuole estive e diffusione via rete di informazioni (tra cui il Pool Listing, elenco aggiornato di preprint in tema, precedentemente curato dalla Università di Bielefeld e pubblicato sullo International Journal of Game Theory). Il CITG, che era stato promosso dagli atenei di Bergamo, Firenze e Pavia, è stato creato nel 1990 ed è stato chiuso nel 2005 per avere raggiunto i suoi scopi istituzionali.
https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_giochi

John Forbes Nash, Jr.
(Bluefield, 13 giugno 1928 – Monroe, 23 maggio 2015) è stato un matematico ed economista statunitense.

Tra i matematici più brillanti e originali del Novecento, Nash ha rivoluzionato l’economia con i suoi studi di matematica applicata alla teoria dei giochi, ricevendo il Premio Nobel per l’economia nel 1994. È stato anche un geniale e raffinato matematico puro, con un’abilità fuori dal comune nell’affrontare i problemi da un’ottica nuova, trovando soluzioni eleganti a problemi complessi, come quelli legati all’immersione delle varietà algebriche, alle equazioni differenziali paraboliche alle derivate parziali, e alla meccanica quantistica.

Per «i sorprendenti e fondamentali contributi alla teoria delle equazioni differenziali alle derivate parziali non lineari e le relative applicazioni all’analisi geometrica» gli è stato conferito, unitamente a Louis Nirenberg, il Premio Abel 2015.

Nash è divenuto famoso al grande pubblico anche per aver sofferto per lungo tempo di una grave forma di schizofrenia, ispirando la realizzazione del noto e pluripremiato film A Beautiful Mind.
https://it.wikipedia.org/wiki/John_Nash

28 marzo 30 giugno 2019 – Canova e L’Antico – Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Piazza Museo,19 Napoli

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AL MANN, A NAPOLI, PER LA PRIMA VOLTA 12 GRANDI MARMI E OLTRE 110 OPERE DEL SOMMO SCULTORE PER METTERE A FUOCO, NEL “TEMPIO” DELL’ARTE CLASSICA,
IL LEGAME FECONDO TRA CANOVA E L’ANTICO.

Museo Archeologico Nazionale di Napoli, 28 marzo 2019 – Apertura ore 12.00

“L’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”: definizione che ben si attaglia al sommo Antonio Canova e alla sua arte sublime, celebrata per la prima volta a Napoli, al MANN-Museo Archeologico Nazionale dal 28 marzo al 30 giugno 2019, in una mostra-evento straordinaria per tematica e corpus espositivo, copromossa dal Mibac-Museo Archeologico Nazionale di Napoli con il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo nell’ambito dell’importante protocollo di collaborazione che lega le due Istituzioni.
La mostra ha ottenuto il sostegno della Regione Campania, i patrocini del Comune di Napoli, della Gypsotheca-Museo Antonio Canova di Possagno e del Museo Civico di Bassano del Grappa ed è stata realizzata con la collaborazione di Ermitage Italia.

Per la prima volta, la messa a fuoco in una mostra di quel rapporto continuo, intenso e fecondo che legò Canova al mondo classico, facendone agli occhi dei suoi contemporanei un “novello Fidia”, ma anche un artista capace di scardinare e rinnovare l’Antico guardando alla natura.

“Imitare, non copiare gli antichi” per “diventare inimitabili” era il monito di Winckelmann, padre del neoclassicismo: monito seguito da Canova lungo tutto il corso della sua attività artistica.
Dal giovanile Teseo vincitore del Minotauro sino all’Endimione dormiente, concluso poco prima di morire, il dialogo Antico/Moderno è una costante irrinunciabile; fino a toccare, in tale percorso, punte che hanno valore di paradigma: per tutte, la creazione del Perseo trionfante, novello “Apollo del Belvedere”.

“Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove si trova la grande statua canoviana di Ferdinando IV di Borbone – spiega il suo direttore Paolo Giulierini – era il luogo ideale per costruire una mostra che desse conto di questo dialogo prolungato tra il grande Canova e l’arte classica”.

Qui si conservano capolavori ammirati dal maestro veneto: pitture e sculture ‘ercolanesi’ che egli vide nel primo soggiorno in città nel 1780; quindi i marmi farnesiani, studiati già quand’erano a Roma in palazzo Farnese e trasferiti a Napoli per volontà di re Ferdinando IV: marmi celeberrimi che sono stati all’origine di opere capitali di Canova come l’Amore Farnese, prototipo per l’Amorino alato Jusupov che il pubblico potrà confrontare in questa straordinaria occasione.

Curata da Giuseppe Pavanello, tra i massimi studiosi di Canova e organizzata da Villaggio Globale International, la mostra, riunirà al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, oltre ad alcune ulteriori opere antiche di rilievo, più di 110 lavori del grande artista, tra cui 12 straordinari marmi, grandi modelli e calchi in gesso, bassorilievi, modellini in gesso e terracotta, disegni, dipinti, monocromi e tempere, in dialogo con opere collezioni del MANN, in parte inserite nel percorso espositivo, in parte segnalate
nelle sale museali.

Prestiti internazionali connotano l’appuntamento: come il nucleo eccezionale di ben sei marmi provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, che vanta la più ampia collezione canoviana al mondo – L’ Amorino Alato, L’Ebe, La Danzatrice con le mani sui anchi, Amore e Psiche stanti, la testa del Genio della Morte e la celeberrima e rivoluzionaria scultura delle Tre Grazie – ma anche l’imponente statua, alta quasi tre metri, raffigurante La Pace, proveniente da Kiev e l’Apollo che s’incorona del Getty Museum di
Los Angeles. A questi si aggiungono, tra i capolavori in marmo che hanno entusiasmato scrittori come Stendhal e Foscolo riuniti ora nel Salone della Meridiana del Museo Archeologico napoletano, la bellissima Maddalena penitente da Genova, il Paride dal Museo Civico di Asolo, la Stele Mellerio, vertice ineguagliabile di rarefazione formale e di pathos.

Straordinaria la presenza di alcuni delicatissimi grandi gessi come l’Amorino Campbell e il Perseo Trionfante, restaurato quest’ultimo per l’occasione e già in Palazzo Papafava a Padova – entrambi da collezioni private – o il Teseo vincitore del Minotauro e l’Endimione dormiente dalla Gypsotheca di Possagno (paese natale di Canova) che ha concesso, con grande generosità, prestiti davvero significativi.

Fondamentale in tal senso anche il supporto della Soprintendenza ABAPdell’area metropolitana di Venezia e delle province di Belluno, Padova e Treviso, che in questi anni sta conducendo una delicata azione sul territorio, non solo di tutela delle opere d’arte, ma anche di salvaguardia e affermazione del loro valore testimoniale rispetto alle drammatiche vicende della prima Guerra Mondiale, che le ha viste tragicamente protagoniste, talvolta riportando ferite di cui va mantenuta viva la memoria.

Sempre nell’ambito della collaborazione con l’Istituzione di Possagno, altro elemento peculiare della mostra sarà la possibilità di ammirare tutte insieme e dopo un attento restauro, le 34 tempere su carta a fondo nero conservate nella casa natale dell’artista: quei “varj pensieri di danze e scherzi di Ninfe con amori, di Muse e Filosofi ecc, disegnati per solo studio e diletto dell’Artista” – come si legge nel catalogo delle opere canoviane steso nel 1816 – chiaramente ispirati alle pitture pompeiane su fondo unito e, in particolare, alle Danzatrici.

Con le tempere, lo scultore del bianchissimo marmo di Carrara sperimentava, sulla scia di quegli esempi antichi, il suo contrario, i “campi neri”, intendendo porsi come redivivo pittore delle raffinatezze pompeiane ammirate in tutta Europa, alle quali, per la prima volta, quei suoi “pensieri” possono ora essere affiancati.
Proprio il confronto, per analogia e opposizione, fra opere di Canova e opere classiche, costituisce d’altra parte l’assoluta novità di questa mostra, evidenziando un rapporto unico tra un artista moderno e l’arte antica.

Canova si rifiutò sempre di realizzare copie di sculture antiche, reputandolo lavoro indegno di un artista creatore. Il suo colloquio con il mondo classico era profondo e incideva su istanze cruciali, prima fra tutte la volontà di far rinascere l’Antico nel Moderno e di plasmare il Moderno attraverso il filtro dell’Antico: istanze creative, appunto, nel senso pieno del termine. L’Antico, come lui stesso annotava, “bisognava mandarselo in mente, sperimentandolo nel sangue, sino a farlo diventare naturale come la vita stessa”.

Ecco, allora, la possibilità di confrontare per esempio i fieri Pugilatori raffiguranti Creugante e Damosseno – gessi proventi da Possagno dei monumentali marmi vaticani acquistati da Pio VII nel 1802 – con la statuaria classica a lungo studiata dall’artista: dall’Ercole Farnese ai Tirannicidi; oppure il Paride canoviano con il Paride da Capua, marmo romano di fine II secolo d. C.; o ancora il busto dell’Imperatore Francesco II abbigliato all’antica, con corazza e clamide come un imperatore romano, con il Ritratto di Antonino Pio: tutti antichi marmi conservati al MANN. Il Teseo vincitore del Minotauro avrà come confronto classico l’Ares Ludovisi – il cui gesso è prestato dall’Accademia di Belle Arti di Napoli – e il bronzeo Mercurio proveniente da Ercolano, ammirato da Canova nell’allora Museo di Portici già nel 1780; mentre nel modellino di Maria Luigia d’Asburgo come Concordia si cela il riferimento al dipinto pompeiano raffigurante Cerere sempre nelle collezioni del Museo archeologico napoletano.

Leopoldo Cicognara notò opportunamente che “dell’antico Canova fu veramente devoto, non superstizioso”, e lo stesso maestro ebbe a dire: “anch’io mi vanto essere adoratore dell’antico, ma non idolatra di tutte le antiche cose”. Imitare, dunque, non copiare gli antichi, fino al vertice dell’autonomia creativa, con punte di innovazione radicali come nel caso delle Tre Grazie, poste tutte di prospetto: “l’ abbraccio ingegnoso e nuovo di tre figure femminili, che da qualunque lato lo si osservi, girandovi attorno – scrisse Quatremère de Quincy – rivela, con aspetti sempre diversi, molteplicità di positure, di forme, di contorni, di idee e di modi di sentire…”.
Oppure, il caso della Maddalena penitente, “opera tutta figlia del cuore”; per chi affollava il Salon di Parigi nel 1808 “qualche cosa di nuovo, fuori dall’ordinario, che sembrava avere del miracoloso”. Mai s’era vista all’epoca tanta libertà espressiva.

Geniale Canova!
Napoli riaccende i riflettori sul maestro che, con la città partenopea
– “veramente situata in una delle più amene situazioni del mondo” –
ebbe un rapporto lungo e costante: dapprima come giovane viaggiatore desideroso di ammirare le sue bellezze e opere d’arte e le antichità “ercolanesi” e di Paestum; poi per le tante e significative committenze dei regnanti (sia dell’antico regime che dell’età napoleonica) e dell’aristocrazia napoletana.

In mostra si potrà ammirare il grande gesso del gruppo di Adone e Venere, proveniente dalla collezione di Giovanni Falier, scopritore del talento di Antonio Canova: fu il relativo marmo la prima opera dell’artista a raggiungere Napoli, all’inizio del 1795, acquistata dal giovane marchese Francesco Berio. La scultura (ora conservata al Museo di Ginevra e inamovibile) provocò a Napoli deliri d’entusiasmo, articoli, pubblicazioni, visite continue, al punto da costringere alla chiusura il tempietto nel giardino di palazzo Berio, causa l’affollamento di persone. Il gesso, ora esposto, fu personalmente donato da Canova al suo mecenate Falier, forse per stupire in laguna anche i compatrioti.

“Canova e l’Antico” non sarà soltanto un grande evento espositivo,
ma un vero e proprio viaggio di conoscenza nell’universo dello scultore: itinerari appositamente proposti dal Museo permetteranno così di riscoprire i legami tra l’artista e la città di Napoli, mentre sarà vasta l’offerta di
laboratori e attività didattiche per raccontare la mostra, il modus operandi dell’artista e l’innovazione della sua arte anche ai più piccoli. In particolare, oltre all’importante catalogo Electa che accompagna l’esposizione – ricco di saggi e schede con raffronti fra opere canoviane e opere antiche – torna nell’occasione anche la serie illustrata, ideata per i giovani frequentatori del MANN, edita sempre da Electa, con protagonista il giovane Nico, questa volta alla scoperta di Canova.
Autori: Blasco Pisapia e Valentina Moscon.

Ma per il grande scultore neoclassico non è finita e con la mostra di Napoli eccolo approdare nel fantastico mondo di Topolino. Il settimanale della Panini Editore pubblicherà infatti ( in edicola il 1° maggio) la storia a fumetti “Topolinio Canova e la scintilla poetica”. Un’avventura nel filone educational, scritta e disegnata da Blasco Pisapia, per rivivere il viaggio napoletano di Topolino Canova e del suo amico e collega Pippin.

Info e prenotazioni
Museo Archeologico Nazionale di Napoli Piazza Museo,19 Napoli
http://www.museoarcheologiconapoli.it
T: 081 4422149
Date
28 marzo – 30 giugno 2019
Orari
Aperto tutti i giorni(tranne il martedì)
ore 09.00 – 19.30Le operazioni di chiusura iniziano alle 19.00
Biglietti
intero: € 15.00
ridotto: € 7.50
gratuito per i minori di 18 anni
gratuito per tutti la prima domenica di ogni mese.Per ulteriori agevolazioni e riduzioni, visita la pagina agevolazioni del sito Mibac.
Prenotazioni ingresso e visite
a cura di Coopculture dall’Italia 848 800 288 – 848 082 408
dall’estero e da cellulare +39 06 399 67 050 dal lunedì al venerdì,
ore 9.00 – 13.00 e 14.00 – 17.00 sabato ore 9.00 – 14.00
prenotazione obbligatoria per le scuole da febbraio a maggio